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AMBIENTE E PANDEMIA

L’Ambientalismo che Serve per Ricostruire Bene l’Economia

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di: Tommaso Franci
Il Green Deal europeo, con opportuni adattamenti e correzioni, può costituire una strategia di sviluppo sostenibile capace di superare l’emergenza vera del Covid19 e la conseguente crisi economica. Ma gli ambientalisti devono abbandonare posizioni antindustrialiste e pauperiste.


La crisi sanitaria economica e sociale che sta sconvolgendo la vita delle persone in tutto il pianeta, ridefinendo radicalmente l’agenda dei governi, ogni giorno di più evidenzia il reale stato delle relazioni nell’ambito della comunità internazionale in termini di conflitti, cooperazione tra diverse aree del mondo e fra stati, anche all’interno di aggregazioni sovranazionali come la UE.

Si tratta un processo di cui, purtroppo, ancora non è possibile definire entità e tempi ma che sicuramente costituisce un banco di prova senza appelli anche per l’ambientalismo politico e le politiche ambientali. Un banco di prova che già porta in evidenza i limiti di una impostazione prevalente - fino ad oggi - di un ambientalismo, catastrofista, ideologico, portato a fomentare e strumentalizzare le paure collettive senza evidenza scientifica, e ad affidarsi troppo spesso a soluzioni semplicistiche, senza preoccuparsi dei costi e delle effettive ricadute ambientali. Un atteggiamento che, nonostante la drammaticità dei giorni che stiamo vivendo, continua purtroppo ad emergere con i tentativi di stabilire correlazioni tra cambiamenti climatici e diffusione del Covid 19, o con gli ammiccamenti ambigui alla “natura che riprende i suoi spazi” riferendosi agli effetti di lock down e blocchi generalizzati di attività produttive e trasporti, buoni – forse - per l’ambiente ma drammatici per le comunità umane.

Un percorso più responsabile, in questo processo, deve essere considerato nell’ambito dello sforzo appena avviato dalla nuova commissione UE con la Comunicazione per lo “European Green Deal”, varata a fine 2019 insieme ad una impegnativa Road map di azioni chiave. A fine marzo, nonostante la progressiva propagazione della pandemia da Covid 19, la Commissione ha rispettato molte delle scadenze previste dalla Road map compiendo i primi passi per:  la legge europea per il clima; il piano per i nuovi obiettivi 2030, la riforma della Direttiva sulla tassazione dell’energia, l’introduzione di una carbon border tax, una strategia europea di politica industriale, un piano di azione per l’economia circolare; la proposta di regolamento per classificare la sostenibilità delle attività economiche.

Anche se i primi atti dell’European Green Deal sono condizionati dall’approccio emergenzialista sul tema dei cambiamenti climatici, la sua impostazione generale non deve essere sottovalutata. Essa   costituisce una vera e propria strategia di sviluppo sostenibile e ha il respiro necessario per indirizzare in modo integrato le politiche pubbliche settoriali, come quelle industriale e agricola, verso gli obiettivi di sostenibilità ambientale. È forse la prima volta che una strategia di sostenibilità è raccolta in un vero documento di indirizzo (24 pagine) sulla base del quale impostare la definizione degli specifici strumenti di intervento settoriale.

Ora che una vera emergenza globale fa emergere il non senso dell’emergenzialismo sui cambiamenti climatici, c’è anche il rischio di una crisi di rigetto, che la risposta alla crisi del Corona virus porti ad un abbandono delle politiche di sviluppo sostenibile viste come un lusso che non possiamo permetterci quando, invece, esse hanno il potenziale, senza velleitarismi, di costituire pilastri essenziali delle politiche di rilancio delle nostre economie, appena sarà superata la fase emergenziale di paralisi delle attività produttive. Avvisaglie di questo pericolo si sono già avute negli USA dove l’amministrazione Trump ha trovato il tempo in questi giorni per accelerare lo smantellamento delle misure di protezione ambientale con la scusa della crisi pandemica.

Se l’Unione Europea riuscirà a superare il conflitto politico-istituzionale tra paesi membri che, in questi giorni, sta impedendo di varare una strategia condivisa per affrontare adeguatamente la crisi generata dalla pandemia, ci troveremo di fronte ad un possibile salto di qualità delle politiche economiche europee. Ciò porterà anche a una riconsiderazione del pacchetto di misure previste dallo European Green Deal, che dovranno essere integrate nella strategia della UE per fronteggiare la prima fase di emergenza economico-sociale e, soprattutto, la fase di politiche di sviluppo necessarie a far ripartire le economie europee più colpite.

Una delle sfide dell’Italia in questo frangente è nella capacità di impostare una nuova e solida strategia di sviluppo economico superando lo shock da pandemia senza aspettare che la ricetta ci venga data da qualcun altro. L’ambientalismo, nel nostro paese, dovrà essere in grado di dare un contributo serio in questa direzione. Saper valorizzare la vocazione produttiva manifatturiera del nostro paese costituisce un presupposto essenziale per la ripartenza, superando i tabù che hanno favorito l’impoverimento del tessuto industriale e il processo di delocalizzazione delle attività (è anche per questo che stiamo pagando un prezzo esagerato nella attuale crisi di approvvigionamento di beni essenziali alla gestione dell’emergenza sanitaria). Rispondere a questa sfida implica dare la priorità agli investimenti in termini di efficienza energetica ed ecologica dei processi produttivi e di qualità ambientale dei prodotti, nello sforzo che dovrà essere compiuto per rilancio della nostra capacità produttiva. In questa prospettiva, un volano fondamentale per le nuove politiche di sviluppo economico dovrà riguardare il settore dell’edilizia e avviare un processo di rigenerazione urbana attraverso una strategia di riqualificazione del patrimonio edilizio dal punto di vista energetico-ambientale e della prevenzione del rischio sismico.

L’esperienza di una emergenza vera come quella del Covid 19 deve essere l’occasione per far maturare nel nostro paese una consapevolezza collettiva che superi molti dei tabù e degli egoismi che hanno portato a gravi ritardi e ricadute ambientali nella gestione di criticità ambientali come quella dei rifiuti. Su questo tema, in larghe parti del territorio, la classe politica e le istituzioni hanno fatto credere alle comunità locali che i problemi si possano esportare, alimentando l’idea che la mancanza di impianti possa essere superata con fughe in avanti, demonizzando materiali come la plastica invece di puntare su soluzioni innovative e di corretta gestione del loro ciclo di vita. L’indispensabile esplosione di prodotti usa e getta nella gestione dell’emergenza sanitaria dovrebbe far capire che è inderogabile superare il deficit di impianti di trattamento dei rifiuti, a partire da quelli di recupero energetico, in molte parti del Paese e in particolare nel mezzogiorno.

L’auspicio è che la cultura prevalente nell’ambientalismo superi gli atteggiamenti che sottovalutano (o, in qualche caso, addirittura, auspicano), il processo di deindustrializzazione del nostro paese. Un processo già iniziato nella crisi economico-finanziaria del 2008 che, senza strategie di intervento adeguate, rischia di riproporsi in modo amplificato come conseguenza della attuale paralisi della vita economica. Con un impatto che, fin da ora, fa sì intravedere il conseguimento di obiettivi di riduzione dei consumi e delle emissioni climalteranti, ma al prezzo di un ulteriore salto strutturale nell’impoverimento del paese, che sarà esacerbato anche dalla mancanza di una adeguata rete di protezione sociale delle fasce meno garantite. L’ambientalismo politico potrà dare un contributo positivo ad affrontare la crisi che stiamo vivendo solo con una robusta dose di responsabilità e razionalità.

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