Tags: Nucleare, Giappone, Incidenti

Fukushima un anno dopo

di: Roberto Mezzanotte
In una sintesi equilibrata, cause e dinamiche dell’incidente, le vittime, la contaminazione radioattiva, i tempi dello smantellamento della centrale. In molti paesi l’impatto dell’incidente ha provocato un inasprimento della controversia sul nucleare.


 

Nonostante le ventimila vittime e i danni incalcolabili causati, il terremoto e lo tsunami che l’11 marzo 2011 hanno sconvolto il Giappone vengono ricordati, a un anno di distanza, soprattutto per l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima. D’altra parte molti paesi, oltre che dalla partecipazione emozionale alla catastrofe, sono rimasti coinvolti dall’impatto dell’incidente in termini di rivalutazione e, in taluni casi, di cancellazione dei programmi nucleari, e comunque di inasprimento della controversia ad essi associata. Inoltre, c’è chi sostiene che, a consuntivo, le vittime delle radiazioni potranno essere più numerose di quelle direttamente causate dall’evento sismico, anche se l’affermazione è probabilmente eccessiva e non potrà comunque mai essere confermata. L’anniversario del terremoto è stata così l’occasione per ricostruire gli eventi, per aggiornare la situazione nell’impianto e nelle aree più colpite dalla contaminazione radioattiva, per esprimere i diversi convincimenti. È noto che le informazioni che giungevano dal Giappone durante i giorni più caldi del’emergenza erano frammentarie, confuse, talvolta contraddittorie, soprattutto quelle riguardanti la situazione radiologica sul sito e nelle aree circostanti. Si ricorderà, ad esempio, che le autorità giapponesi avevano inizialmente classificato l’incidente al quarto dei sette livelli della scala internazionale degli incidenti nucleari (INES), quando esperti di altri paesi, sulla base delle informazioni disponibili, ipotizzavano già un livello sei. Le stesse autorità erano poi passate a una classificazione al livello sette, sin lì attribuito solo all’incidente di Chernobyl, quando il complesso delle misure di deposizione di radioattività al suolo, almeno in termini di estensione, sembrava ancora lontano da quello conseguente all’incidente nella centrale ucraina. Anche la logica con cui erano stati decisi tempi ed estensioni degli interventi di evacuazione della popolazione non appariva chiara, al di là di andamenti altalenanti della situazione radiologica. Certamente in questo ha influito l’attitudine delle organizzazioni nucleari giapponesi, a cominciare da quella dell’esercente, non propriamente orientata sin lì alla massima trasparenza, ma va tenuto presente che, nella centrale, l’incidente aveva provocato anche la perdita dei sistemi di supervisione e controllo, di illuminazione, di comunicazione, con le conseguenti, ovvie difficoltà per gli operatori di interpretare gli eventi ed intervenire. Analoghe difficoltà vi erano all’esterno della centrale, dove l’emergenza nucleare andava gestita in un’area distrutta dal terremoto e dallo tsunami. Per vero, le cause e la dinamica dell’incidente - dal terremoto che ha determinato la perdita della rete elettrica esterna, al successivo tsunami che ha allagato la centrale e causato la perdita dei generatori di emergenza, la conseguente impossibilità di asportare il calore di decadimento dai tre reattori in esercizio, sino alla fusione del loro combustibile e al rilascio di radioattività nell’ambiente – sono state individuate sin dai primi giorni e, pur se meglio dettagliate, non hanno subito sostanziali modifiche nei riesami successivi, anche se resta da definire l’entità del danneggiamento dei noccioli. Per esse si rimanda alle numerose pubblicazioni rinvenibili in rete (una semplice ricostruzione degli eventi è stata presentata, all’indomani dell’incidente, nel corso del convegno “Energia: rifare i conti” organizzato dell’associazione Amici della Terra a Roma il 15 aprile 2011. Di seguito si accenna, in estrema sintesi, a quanto, nei mesi successivi all’evento, è intervenuto o si è appreso con maggior precisione, rinviando, anche in questo caso, a siti quali quello della IAEA, dell’OECD-NEA o, in italiano, dell’ISPRA, per ogni approfondimento. Dopo mesi di operazioni di emergenza sugli impianti, nel dicembre scorso le autorità giapponesi hanno annunciato che i reattori hanno raggiunto uno stato equivalente a quello che in un normale reattore viene detto di spegnimento a freddo, con la temperatura inferiore ai 100°C ed emissioni all’esterno trascurabili e comunque sotto controllo. Sull’equivalenza è stato peraltro avanzato qualche dubbio, essenzialmente in considerazione della fragilità e della stabilità dei reattori a fronte di nuove eventuali sollecitazioni. I rilasci di radioattività in aria dalla centrale, in termini di iodio 131 e di cesio 137, sono stati circa un decimo di quelli che erano stati a suo tempo valutati per l’incidente di Chernobyl, fatto plausibile se si tiene conto della diversa dinamica dei due incidenti ed in particolare che, nel caso di Chernobyl, non vi era stato alcun effetto di abbattimento della radioattività da parte dell’acqua. Inoltre, il rilascio da Fukushima supera di oltre dieci volte quello che nella scala INES viene indicato per la classificazione di un incidente nel massimo livello, il settimo, che pertanto risulta corretta. Una preoccupazione è rappresentata dai massicci rilasci che vi sono stati di acqua contaminata in mare. I sedimenti sul fondale prospiciente la centrale risultano ora fortemente radioattivi e per evitare la loro diffusione nell’ambiente marino si sta studiando una sorta di cementazione del fondale stesso, per un’estensione di 70.000 m2.

In settembre è stata parzialmente revocata l’evacuazione della popolazione, consentendo il rientro di quella residente nella fascia compresa tra i 20 e i 30 km dalla centrale. Sono invece ancora soggetti al provvedimento i residenti nella fascia interna ai 20 km e nel settore maggiormente interessato dalla dispersione della nube, settore che si spinge fino a 50 km dalla centrale, in direzione NNO, oltre che in alcuni hot spot esterni. Si tratta complessivamente di circa 90.000 persone. Le autorità preposte sembrano orientate a razionalizzare l’evacuazione ancora in atto rimuovendo il provvedimento per le aree ove gli individui della popolazione sarebbero suscettibili di ricevere dosi annue inferiori a 20 mSv, consentendo accessi limitati nelle aree ove la dose annua sarebbe compresa tra 20 e 50 mSv e mantenendo l’interdizione, la cui durata non è oggi prevedibile, per le aree ove la dose annua sarebbe superiore a 50 mSv. Per avere una migliore percezione dei valori di dose di cui sopra, si ricorda che gli standard internazionali fissano, per gli individui della popolazione, il limite di dose annuo (che comunque non si applica nella gestione delle emergenze) a 1 mSv.

Questi valori fanno giustizia, se mai ce ne fosse stato bisogno, dei tentativi di banalizzazione che vi sono stati all’indomani dell’incidente, quando le dosi ricevute dalla popolazione giapponese venivano talora confrontate con quelle che si riceverebbero per effetto della radioattività naturale se si stazionasse per un anno a Piazza S. Pietro, in Roma.

Per quanto attiene alla radioprotezione dei lavoratori - quasi 20.000 tra dipendenti dell’esercente e, in larga maggioranza, imprese esterne - tra marzo e dicembre 2011 hanno ricevuto, in un caso, la dose massima di 680 mSv e poi dosi via via decrescenti per gruppi sempre più numerosi, sino a una dose inferiore a 10 mSv stimata per circa 13.000 lavoratori, con una dose media complessiva pari a 11,5 mSv. Nello stesso periodo si sono registrati sei decessi, nessuno dei quali è stato imputato alle esposizioni ricevute.

Le attività sulla centrale prevedono adesso la conclusione della decontaminazione esterna e della sistemazione generale del sito (sono stati ad oggi rimossi circa 22.000 m3 di detriti e sono state ripristinate le vie di accesso e di movimentazione tra i vari edifici della centrale. Entro due anni dovrebbe avere inizio la rimozione degli elementi di combustibile dalle piscine di stoccaggio; quindi, nei successivi dieci anni, dovrebbe avvenire la rimozione della massa di combustibile fuso dall’interno dei reattori; infine, nei successivi 30-40 anni è oggi previsto lo smantellamento della centrale.

Uno sguardo alle ricadute internazionali dell’incidente. Senza entrare qui nell’esame di situazioni in paesi come il Belgio, la Svizzera, la Germania e la stessa Italia, che in differente modo hanno rinunciato ai programmi di sviluppo o di mantenimento dell’energia nucleare, in tutti i paesi ove sono in esercizio impianti nucleari si sono svolti o si stanno effettuando degli stress test, per verificare la risposta degli impianti a eventuali eventi e sequenze del tipo di quelle registrate a Fukushima e alle problematiche che l’incidente ha evidenziato, individuando così i miglioramenti possibili. Per i paesi dell’Unione europea, nonché per la Svizzera e l’Ucraina che vi hanno aderito, il programma dei test è stato definito dall’ENSREG, un organismo istituito da alcuni anni dal Consiglio d’Europa, dove sono rappresentati i responsabili degli enti nazionali di controllo. I test, eseguiti dagli esercenti, sono stati riesaminati dagli stessi enti nazionali e sono attualmente oggetto di una valutazione in sede comunitaria da parte delle autorità degli altri paesi (peer review).

Infine, una notizia diffusa delle autorità giapponesi nell’agosto 2011 e che avrebbe meritato una risonanza maggiore di quella che ha sin qui avuto.

Da anni il Giappone è esposto a critiche e rilievi, in ambito internazionale, per la collocazione della sua autorità di controllo, che è oggi un’unità interna al Ministero dell’energia, commercio e industria, in evidente contrasto con il principio di indipendenza delle funzioni di controllo e di regolamentazione della sicurezza e della radioprotezione, principio che impone la netta separazione di tali funzioni da quelle di utilizzazione e promozione dell’energia nucleare. Nella riunione del 15 agosto, il governo ha deciso di istituire un nuovo ente, provvisoriamente chiamato Nuclear Safety and Security Agency, che costituirà un’Agenzia esterna al Ministero dell’ambiente, in modo da corrispondere a quel principio, che tra l’altro il Giappone si è impegnato a rispettare sottoscrivendo due trattati internazionali che lo sanciscono. Il 26 agosto il governo ha istituito una task force incaricata di predisporre il necessario disegno di legge che delinei di nuovo l’organizzazione dei controlli. L’istituzione della nuova Agenzia dovrebbe ormai avvenire a breve. Per vero, nessuno degli osservatori internazionali ha ritenuto di evidenziare una connessione diretta tra lo specifico incidente di Fukushima e la “limitata” indipendenza dell’ente di controllo. Sta di fatto che il governo giapponese ha finalmente deciso di intervenire.

È curioso osservare che l’Italia, dove l’autorità di controllo è posta già da diciotto anni in un’agenzia esterna al Ministero dell’ambiente, sia in questi giorni impegnata su un percorso istituzionale diametralmente opposto, teso a portare i controlli nell’ambito del Ministero dello sviluppo economico. È questo infatti ciò che prevede l’articolo 21 del decreto-legge 201/2011, convertito dalla legge 214/2011, contro i requisiti di indipendenza sanciti dalle direttive e contro una delle lezioni che in Giappone dall’incidente di Fukushima si è ritenuto di trarre.

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